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Caccia e fauna selvatica

Avifauna, dall'agricoltura un contributo importante che va sostenuto con incentivi 

La politica di sviluppo rurale prevista dalla Politica Agricola Comunitaria è uno strumento determinante nel garantire la conservazione della biodiversità soprattutto per quanto riguarda le diverse specie dell’avifauna la cui sopravvivenza è legata agli ambienti agricoli.

E’ quanto emerge dal rapporto Uccelli comuni in Italia Gli andamenti della popolazione dal 2000 al 2010, realizzato dal Ministero delle Politiche Agricole nell’ ambito delle attività della rete Rurale Nazionale al quale ha collaborato la Lipu.

Il monitoraggio sulle specie consente di verificare l’andamento dei due indici che indicano lo stato di conservazione delle specie comuni: il Farmland Bird Index (Fbi) ed il Woodland Bird Index (Wbi).

Il primo (Fbi) è un indice aggregato calcolato attraverso la media geometrica degli andamenti delle singole specie che lo compongono ed è molto importante per valutare il contesto degli ambienti agricoli. E’ stato costruito sugli andamenti di 26 specie di uccelli legate agli ambienti agricoli: di queste 12 sono in declino (in particolare la Calandrella, il Torcicollo, i passeri, la Rondine, l’Allodola, l’Averia piccola)  11 in incremento (tra le quali Gazza, Cornacchia, storno e storno nero, Gheppia, upupa e tortora selvatica) e 3 stabili (Cappellaccia, Ballerina bianca, Verzellino).

L’Fbi mostra in Italia un andamento sostanzialmente stabile, anche perché il monitoraggio nel nostro Paese, a differenza che in Europa dove si è avviato dagli anni 80, è iniziato nel 2000, in un periodo in cui già si erano prodotti i benefici delle misure agro ambientali previste dai Programma di Sviluppo Rurale.

Il secondo indice (Wbi) calcolato su 18 specie legate agli ambienti forestali, ha subito un moderato declino tra il 2000 e il 2005 per poi aumentare gradualmente fino a raggiungere nel 2010 un valore di poco superiore a quello registrato all’inizio del monitoraggio.

Del resto l’attività agricola è ormai da molti anni collegata all’obiettivo di tutela e valorizzazione della biodiversità ed alla tutela dell’ambiente grazie sia alle misure agro ambientali che a seguito del regime di condizionalità imposto dalla Pac a tutti gli agricoltori che beneficiano di aiuti comunitari.

Pertanto, gli agricoltori hanno contribuito in questi anni alla realizzazione di  elementi indispensabili per la creazione di reti ecologiche (aree  umide, siepi, boschetti, muretti, Atc ecc.) sì che secondo i dati pubblicati dal rapporto trimestrale della Rete Rurale, nel periodo 2007-2011 l’Italia ha speso il 52,38% delle risorse finanziare destinate a sostenere le misure agro-ambientali

In ogni caso la scelta da parte dell’impresa agricola di investire nella biodiversità e’ legata ad un’analisi del costo/ beneficio, in quanto nonostante le esternalità positive in termini ambientali che promanano dall’agricoltura questa resta comunque in primo luogo un’attività economica che deve produrre un reddito adeguato per chi la esercita.

Dal momento che la modifica delle pratiche agronomiche e la realizzazione di habitat idonei alla conservazione della specie comportano una perdita di reddito in quanto aumentano i costi di produzione per l’impresa agricola e, soprattutto, sono esternalità che non sempre  hanno un valore riconosciuto dal mercato, gli interventi a favore della biodiversità quando presentano  una ricaduta esclusivamente ambientale devono essere compensati dal pagamento di indennità a copertura totale del mancato reddito

Se , pertanto, è vero che l’impresa agricola che investe nella biodiversità compie un atto di “responsabilità sociale” è bene sottolineare che  la definizione che ne dà la Commissione Europea, è caratterizzata da due elementi: la volontarietà delle imprese che mettono in pratica comportamenti responsabili andando oltre i requisiti minimi di legge (in questo caso oltre gli obblighi previsti dal regime di condizionalità); il fatto che questi comportamenti “virtuosi” si estrinsechino in pratiche di natura commerciale che determinino un beneficio economico per l’imprenditore che le pone in atto

Pertanto, considerando che non sempre l’investimento dell’impresa agricola in termini ambientali offre un ritorno di natura economica, non tutte le imprese agricole sono tenute ad operare questa scelta e, quindi, quelle che non possono o non hanno convenienza a farlo, non devono essere considerate “irresponsabili”in quanto investire nella biodiversità in agricoltura è un’opportunità e non un obbligo.

Pertanto, dal momento che la convenienza ad investire in interventi di natura ambientale è fortemente legata agli incentivi previsti dai Piani di Sviluppo Rurale, è molto importante che, nella programmazione degli interventi successivi al 2013, le Regioni attivino le misure che vanno in tale direzione, in modo da renderle effettivamente vantaggiose per le imprese agricole.

Infine, un elemento importantissimo per il mantenimento della biodiversità dell’avifauna nelle aree rurali è determinato dal fatto di limitare il fenomeno della sottrazione di suolo agricolo da parte di altri settori produttivi in quanto soprattutto nelle aree rurali vicino a quelle urbane la mancanza nei piani regolatori dei comuni di attenzione rispetto a tale aspetto determina la perdita di habitat preziosi per la sopravvivenza dell’avifauna.

Se, dunque, finora l’agricoltura ha dato e continuerà a fornire il proprio contributo per la conservazione delle specie, è importante, però, che il problema sia affrontato nel suo complesso in quanto il declino di alcune specie di uccelli comuni non è più imputabile ad un’ agricoltura industrializzata, visto che tale modello è stato di fatto abolito dalla Pac e non sussiste più neanche in aree quali la Pianura padana, visto l’esistenza del regime di condizionalità obbligatorio, ma ad una costante aggressione che il territorio rurale subisce a causa  della mancanza di un’adeguata pianificazione territoriale.

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