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Caccia e fauna selvatica

Danni da cinghiali, il mondo scientifico e Coldiretti studiano le strategie di contenimento 

16/12/2015 

L’Associazione Teriologica Italiana e Ispra, a fronte della rilevante presenza dei cinghiali sul territorio italiano e dei danni provocati all’agricoltura ed alla sicurezza stradale, hanno organizzato a Bologna  un workshop nell’ambito del quale, oltre ad illustrare i risultati prodotti dagli  studi condotti dal mondo scientifico sulla capacità di riproduzione della specie e sul comportamento, si sono tratte alcune indicazioni su come gestire quella che è diventata, per le imprese agricole, la specie più dannosa in assoluto.

Secondo i dati dell’Istituto (che comunque sono incompleti in quanto la banca dati Ungulati non fornisce un’esatta fotografia della situazione, mancando un sistematico flusso di dati da parte delle Regioni sulla presenza della specie), l’incremento numerico dei cinghiali è passato da 300-500.000 unità nel 2000 a oltre 600.000 nel 2005, fino a superare i 900.000 nel 2010 con un prelievo venatorio che è andato crescendo da 93.000 capi nel 2000 a 115.000 nel 2005 a oltre 153.000 nel 2010.

Le relazioni degli esperti del mondo scientifico hanno evidenziato che l’emergenza cinghiali non è un fenomeno recente, ma sono già 20 anni che la presenza della specie crea un impatto negativo sul territorio in termini economici e sociali. Alle specie autoctone presenti sul territorio italiano si sono aggiunte a causa di inopportuni ripopolamenti effettuati dalle associazioni venatorie, altre specie provenienti dall’Asia e dai paesi dell’Est che hanno determinato un’ulteriore diffusione  della presenza della specie nel nostro Paese a volte incrociandosi anche con maiali allo stato brado e dando luogo a specie ibridate.

L’elevata capacità riproduttiva della specie dipende dalle assidue cure parentali, da lenti ritmi di crescita, da una straordinaria capacità di adattamento e di sopravvivenza tanto che il cinghiale può vivere fino a 17 anni. Gli studi condotti dimostrano che l’accumulo di riserve energetiche è fondamentale per la specie e quindi il cambiamento climatico ed il foraggiamento nella misura in cui garantiscono maggior cibo favoriscono la partecipazione al ciclo riproduttivo della specie. E’ dimostrato, ad esempio, che una maggiore presenza di ghiande stimola indirettamente la riproduzione così come il verificarsi di anni consecutivi di abbondante fruttificazione a causa di inverni miti ed estati fresche e piovose.

Ma il dato più sorprendente è che anche l’attività venatoria, condotta senza alcun controllo sul territorio, favorisce la riproduzione della specie che avvertendo il pericolo dell’estinzione tende a riprodursi ancora di più mentre una pressione venatoria importante operata su animali presenti in un raggio di 2 km dall’area protetta tendono, per effetto del disturbo venatorio, a spostare l’area vitale degli animali dentro la zona protetta.

Gli studi dimostrano come i cinghiali abbiano un impatto negativo sull’ambiente consistente in un’alterazione della composizione chimica del terreno a causa dell’attività continua di  scavo alla ricerca delle radici,  determinando così una perdita della fitomassa vegetale, una perdita di compattezza del suolo, fenomeni di erosione, evaporazione dell’acqua, diminuzione dei nutrienti del suolo (sodio, magnesio, potassio, carbonio), un aumento dei composti azotati e un danneggiamento ambientale ed economico delle aree destinate a pascolo. La profondità dello scavo varia dai 5 cm ai 30 cm. Risulta, quindi, evidente il danno economico provocato ai terreni agricoli.

Inoltre, la gestione della specie deve essere supportata, secondo gli esperti, da un monitoraggio standardizzato, diffuso e costante degli impatti economici e delle popolazioni per cui si richiede che la banca dati dell’Ispra diventi uno strumento in grado di fornire un quadro preciso della presenza della specie nelle diverse Regioni, nonché una raccolta esaustiva dei dati sui danni, sull’efficacia delle misure di prevenzione e sull’attività di prelievo. Rispetto a quest’ultimo punto, un elemento di preoccupazione, da parte del mondo scientifico, deriva dal fatto che dal 2007 ad oggi il numero di cacciatori è sensibilmente, diminuito per cui da 700.000 unità si è arrivati nel 2014 a circa 600.000 e le previsioni per il 2025 sono per un ulteriore riduzione al di sotto delle 300.000 unità, così che verrebbe meno uno dei principali strumenti di controllo della specie.

Come ha sempre sostenuto Coldiretti è importante per gestire la presenza della specie sul territorio, mantenere delle densità obiettivo nelle diverse zone del territorio compatibilmente con l’uso del suolo, limitando al massimo la presenza dei cinghiali dove l’attività agricola è prevalente fino a tollerarne una maggiore presenza in aree dove l’unico obiettivo è la conservazione della natura. In particolare, l’unità di gestione del cinghiale deve il più possibile coincidere con l’ambito geografico occupato da un’unità di popolazione.

Rispetto alle misure di prevenzione le recinzioni elettrificate funzionano se sono sostituite dai materiali giusti ed impiantate correttamente, ma in ogni caso non garantiscono la totale impermeabilità. I repellenti, invece, è dimostrato come non abbiano alcun effetto. 

Circa gli strumenti di controllo della specie è emerso dagli studi scientifici  che la sterilizzazione è irrealizzabile praticamente ed economicamente insostenibile,  dati i costi dell’intervento su larga scala, mentre è necessaria  una diversificazione ed un miglioramento delle tecniche di prelievo che va intensificato, abbattendo almeno il 65% della popolazione pre-riproduttiva, aumentando i prelievi degli animali di età inferiore ad un anno e delle femmine adulte, incrementando l’uso di tecniche più selettive e ricorrendo alla braccata. A tale proposito,  gli esperti ritengono che questo sia il metodo di caccia più efficace sempre se gestito previa autorizzazione e vigilanza delle autorità competenti, da cacciatori professionisti.

E’, poi, importante la modifica e l’adeguamento del quadro normativo per cui, nell’ambito della l. 157/1992 occorre prevedere il prelievo venatorio del cinghiale anche nelle aree a divieto di caccia ed il divieto di foraggiamento tranne quello strettamente necessario per favorire le catture e gli abbattimenti selettivi.

A fronte di queste risultanze provenienti dal modo scientifico, Coldiretti (v. relazione in Internet: http://www.ambienteterritorio.coldiretti.it/tematiche/Ogm/Documents/cinghiali%20bolognadef1.pdf) ha proposto un ampliamento del periodo di caccia al cinghiale, tramite una modifica dell’art. 18 della l. 11 febbraio 1992 n. 157,  che andrebbe previsto dal 1° settembre al 31 aprile ed ha ricordato l’importanza della norma proposta nell’ambito del collegato ambientale, che vieta l’immissione di cinghiali su tutto il territorio nazionale, ad eccezione delle aziende faunistico-venatorie e delle aziende agri-turistico-venatorie adeguatamente recintate. 

E’ evidente che gli abbattimenti di cinghiali devono avvenire sulla base di regolamenti delle Regioni, con mezzi selettivi e previo consenso del proprietario o conduttore del fondo interessato. Inoltre, è indispensabile, nelle aree protette di cui alla l. 6 dicembre 1991, n. 394, la nomina, da parte del Ministero dell’ambiente, di un commissario ad acta, qualora gli enti parco non abbiano adottato specifiche misure di contenimento della specie.

Occorre prevedere, poi, a carico di chiunque violi il divieto di immissioni di cinghiali una sanzione amministrativa da 1000 a 10.000 Euro. Coldiretti ha, infine, proposto che sia modificato il quadro legislativo affinché, quando le misure di gestione ordinaria e di prevenzione dei danni da fauna selvatica si rivelano inefficaci, ci sia una legittimazione dei Sindaci ad adottare ordinanze contingibili ed urgenti per autorizzare misure straordinarie di controllo faunistico, nei casi in cui, in sede locale, a causa della fauna selvatica, possano verificarsi pericoli imminenti tali da minacciare l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana.

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