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Caccia e fauna selvatica

Qual é il rapporto tra caccia e agricoltura? 

Per quanto concerne il rapporto che l’attività venatoria e quella agricola possono avere nella gestione del territorio rurale, i benefici possono essere vari.

L’agricoltura può contribuire, tramite le aziende faunistico-venatorie ed agri-faunistico-venatorie  (ma non solo) previste dalla l. 152/92, al ripopolamento della fauna selvatica, esercitando un’azione di presidio ambientale del territorio, ponendo in atto  misure di ricostituzione degli habitat, nonché  di tutela della biodiversità, in attuazione delle misure agro-ambientali previste dalla Politica Agricola Comunitaria. Tali interventi, possono, inoltre, essere realizzati dalle imprese agricole avvalendosi delle convenzioni con le Pubbliche Amministrazioni previste dal d.lgs. 228/2001 Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell'art. 7, della l. 5 marzo 2001, n. 57 e del d.lgs. 227/2001, Orientamento e modernizzazione del settore forestale, a norma dell'art. 7, della l. 5 marzo 2001, n. 57, per lo svolgimento di attivita' funzionali alla sistemazione ed alla manutenzione del territorio, alla salvaguardia del paesaggio agrario e forestale, alla cura ed al mantenimento dell'assetto idrogeologico.

Inoltre, per le imprese agricole, l’attività venatoria può costituire uno strumento di controllo di alcune specie di fauna selvatica che provocano danni all’agricoltura (v., ad es., il caso dei cinghiali e più in generale degli ungulati), quando le misure di gestione della fauna selvatica poste in essere dagli enti competenti non sono efficaci e creano una presenza in sovrannumero di tali specie, nelle aree rurali.

Per quanto concerne, invece, l’accesso da parte dei cacciatori ai fondi agricoli esiste una precisa normativa.
L’art. 842  c.c. stabilisce che il proprietario di un fondo non puo' impedire che vi si entri per l'esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia (l.157/92) o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Egli puo' sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall'autorità. Per l'esercizio della pesca occorre il consenso del proprietario del fondo.
L’art. 15, della l. 152/92 prevede, infatti, che l'esercizio venatorio è vietato a chiunque, nei fondi chiusi da muro o da rete metallica o da altra effettiva chiusura di altezza non inferiore a metri 1,20, o da corsi o specchi d'acqua perenni il cui letto abbia la profondità di almeno metri 1,50 e la larghezza di almeno 3 metri. I fondi chiusi esistenti alla data di entrata in vigore della l.cit., e quelli successivamente successivamente istituiti devono essere notificati ai competenti uffici regionali. I proprietari o i conduttori dei fondi provvedono ad apporre a loro carico adeguate tabellazioni esenti da tasse.

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