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Energia e fonti rinnovabili

La Strategia Energetica Nazionale e il futuro per il biogas 

02/10/2017 

Terminata la consultazione pubblica della bozza della nuova Strategia Energetica Nazionale (Sen), elaborata dal Ministero dello Sviluppo economico, ci si chiede se verranno accolte le richieste di Coldiretti per un maggiore riconoscimento del ruolo e delle potenzialità energetiche del settore agro-forestale.

Con specifico riferimento al futuro della filiera del biogas nell’ambito dell’obiettivo complessivo relativo al contributo delle biomasse, c'è nella Sen, per le rinnovabili elettriche, un problema di comprimibilità dei costi di produzione degli impianti di piccola taglia, con problemi di sostenibilità economica rispetto agli impianti più grandi.

Al fine di ridurre il peso degli oneri di sistema in bolletta e di stimolare soluzioni che possano raggiungere la market parity, la Sen, inoltre, propone di ridimensionare le forme di incentivazione per le bioenergie esistenti, promuovendo solo le filiere a minor impatto e che non sono in competizione con le produzioni alimentari per l’uso dei terreni (incentivando solo le bioenergie da scarti e residui agricoli o cittadini e, eventualmente, da prodotti di secondo raccolto).

Il problema per gli impianti a biogas, tuttavia è che la Sen propone di ricorrere, in via preferenziale, alla promozione e abilitazione dell'autoconsumo e di limitare le nuove forme di incentivazione tariffaria, analogamente a quanto accade in Germania, ad impianti di potenza limite di 70kW, rispettando il principio della “cascata”* e monitorando l’impatto sulla qualità dell’aria.

Questo approccio rischia di penalizzare notevolmente il biogas prodotto da residui zootecnici, lasciando alle aziende come unica possibilità quella di rivolgersi alla produzione di biometano come biocarburante avanzato, prodotto principalmente da residui e scarti, da incentivare tramite il rilascio al produttore di Certificati di Immissione in Consumo (CIC) di cui al decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 10 ottobre 2014 e alla bozza del DM biometano, sottoposta a consultazione il 16 dicembre 2016 per la cui emanazione si attende ancora l’esito della notifica alla Commissione Europea.

Al di là della effettiva percorribilità di questa soluzione, legata al dimensionamento medio delle aziende zootecniche italiane e alla loro effettiva possibilità di collegarsi alla rete o di investire per immettere il biometano prodotto direttamente sul mercato come biocarburante, resta il fatto che le imprese zootecniche rischiano di perdere il necessario supporto per la produzione del biogas.

Nel merito, Coldiretti ha espresso riserve all’impostazione della Sen nell’ambito della consultazione pubblica, sottolineando come il settore del biogas, in particolare, sia stato oggetto di una colpevole sottovalutazione, visto che nel documento risultano ad esso dedicate solo quattro righe a pagina 52 ed un breve riferimento relativo ai potenziali effetti sull’occupazione. D’altra parte, anche rispetto al biometano risultano pochissimi accenni e, comunque limitatamente al settore del trasporto (diversi studi analizzano, invece, il potenziale delle filiere biogas e del biometano nella transizione italiana verso un sistema energetico ed agricolo net zero carbon).

In termini di diffusione attuale, tra l’altro, si sottolinea come la filiera del biogas agro-zootecnico (dati 2015) interessa circa 1500 impianti per una potenza installata di circa 950 MWe, mentre la produzione energetica del biogas, che ammonta a 6.557 GWh, rappresenta il 6% delle fonti rinnovabili ed il 34% delle bioenergie (fonti: Crpa e Terna). L’Italia, tra l’altro, risulta il terzo produttore al mondo di biogas dopo Germania e Cina, ma al di là di ciò, resta il fatto che il biogas agro-zootecnico costituisce una grande opportunità sia per il settore agricolo che per l’ambiente, rappresentando un elemento di integrazione del reddito per le imprese ed offrendo l’opportunità di valorizzare una vasta gamma di sottoprodotti (residui agricoli, zootecnici, agroindustriali) che, diversamente, dovrebbero essere gestiti come rifiuti o con modalità alternative potenzialmente inquinanti. 

Si pensi, al riguardo, anche alle esigenze di gestione degli effluenti di allevamento nelle aree in cui è maggiore la consistenza degli allevamenti che, considerate la ridotta disponibilità di superfici utili all’utilizzazione agronomica e le stringenti norme europee e nazionali in materia di limiti all’impiego dei nitrati, rendono indispensabile l’individuazione di strumenti per la valorizzazione di tali residui che presentano, d’altro lato, un elevato potenziale energetico. A tal proposito, si consideri anche come, a titolo di esempio, solo in Lombardia risultino censiti al 30 giugno 2017 circa 1 milione e mezzo di capi bovini e oltre 4 milioni di capi suini.

Inoltre, si ricorda come il processo di digestione anaerobica abbia effetti positivi sulla mineralizzazione dell’azoto e, determinando una stabilizzazione della sostanza organica, contribuisca ad evitare eventuali emissioni di ammoniaca nell’aria, con la possibilità di produzione di fertilizzanti di efficienza simile a quella dei minerali, con conseguente riduzione della concimazione chimica.

Con riguardo al futuro del biogas, quindi, Coldiretti ritiene necessaria la revisione della versione attuale della Sen prevedendo un capitolo espressamente dedicato alle politiche di sviluppo del biogas agro-zootecnico e delle filiere connesse (biometano), evidenziandone i benefici non solo in termini di produzione di energia da fonti rinnovabili, ma anche sotto il profilo ambientale e sociale.
Con specifico riferimento al profilo delle incentivazioni, inoltre, Coldiretti ritiene che, pur condividendo i principi espressi nella Strategia relativamente all’obiettivo di sostenere la produzione elettrica da impianti di piccola taglia, non si possa fare a meno di notare come la soglia ipotizzata di riferimento (70 KW), sia per gli impianti di biogas, ma, più in generale, per gli impianti a biomasse, appaia del tutto non adeguata a garantire lo sviluppo delle relative filiere, in un contesto in cui (come osservato nello stesso documento) non sono ancora in grado di sorreggersi ed essere competitive e remunerative.

Non è trascurabile, in merito, come nella stima del potenziale energetico realizzabile dalla biomassa prodotta dal comparto agro-zootecnico, un elemento particolarmente sensibile sia la definizione della dimensione aziendale minima che, in presenza di altre condizioni favorevoli, rende economicamente conveniente e tecnicamente realizzabile le fasi necessarie al funzionamento dell’impianto come, ad esempio, nell’ipotesi di impianti alimentati a deiezioni zootecniche, la concentrazione (movimentazione e stoccaggio) e la successiva trasformazione energetica delle deiezioni.

Sempre con particolare riferimento al biogas, inoltre, si osserva che, allo stato attuale delle tecnologie, le fasi di realizzazione, manutenzione e gestione di un impianto comportino un investimento iniziale ed una serie di oneri e costi che difficilmente possono essere affrontati da singole imprese zootecniche di ridottissime dimensioni. D’altra parte, sotto il profilo ambientale, possono essere considerati sostenibili impianti alimentati principalmente con biomassa residuale da filiera corta e, quindi, di taglie tali da evitare il ricorso a biomasse da importazione o provenienti da lunghe distanze.

In tale contesto, Coldiretti sostiene che una dimensione adeguata - sotto il profilo ambientale, gestionale ed economico - degli impianti che dovrebbero continuare a beneficiare di misure di sostegno sia ragionevolmente quella dei 300 KW, in quanto rappresenta la soglia utile di riferimento sia nel caso di singole aziende, che nell’ipotesi di piccole cooperative o consorzi di agricoltori associati per una gestione più efficiente e sostenibile dell’impianto.

Il diverso approccio proposto nella Strategia, invece, nel limitare il sostegno ad impianti di dimensioni eccessivamente ridotte, rischia di compromettere le potenzialità di investimento nel settore ed il raggiungimento degli obiettivi energetici. La scelta se investire o meno nella realizzazione di un impianto a fonti rinnovabili, infatti, specie se tratta di impianti di taglia ridotta e connessi allo sviluppo territoriale, resta ancora inevitabilmente legata a valutazioni economiche che risultano condizionate e influenzate dal regime di incentivazione considerato al momento dell’investimento, ma anche nel periodo successivo, perché il ritorno dell’investimento richiede diversi anni.

Per le ragioni indicate, inoltre, al fine di sostenere effettivamente gli investimenti del settore, non è solo necessario garantire che il sostegno renda la filiera conveniente e, per così dire, appetibile, ma anche che vengano garantite continuità e stabilità nel regime incentivante, senza mettere in discussione la misura o la durata di incentivi già concessi (sulla valutazione dei quali gli operatori hanno maturato la scelta iniziale) e mantenendo il livello incentivante per quella tipologia di investimenti che conservano le peculiarità ambientali ed energetiche già ben individuate e tradotte in criteri di riferimento normativo.

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