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Acque

UE: via alla trattativa sulle tariffe idriche, serve tutelare le aziende agricole

18/04/2012

La direttiva quadro per le acque  prevede che entro il 2012 sia definita una politica di tariffe per gli usi idrici finalizzata al risparmio e ad un adeguato, anche se non completo, contributo al recupero dei costi dei servizi idrici a carico dei diversi settori produttivi, inclusa l’agricoltura.

In considerazione del fatto che quest’ultima è la principale utilizzatrice di acqua perché da essa dipende il mantenimento degli standard produttivi della produzione agricola italiana, è evidente che tale settore è il principale destinatario delle misure che saranno adottate dall’Ue.

Il Ministero delle Politiche Agricole,  in previsione del negoziato che si aprirà con l’Unione, ha predisposto un documento quale posizione comune elaborata con il contributo di Coldiretti e delle altre organizzazioni del settore agricolo, definendo le varie voci di costo connesse all’uso irriguo importanti per il calcolo della percentuale di recupero dei costi.

Il documento ministeriale richiama la necessità di interpretare in modo coerente le finalità e i contenuti della Direttiva 2000/60/CE che ha come obiettivo quello di garantire la tutela della risorsa idrica e non di introdurre un regime commerciale dell’acqua. Del resto, l’articolo 9 della Direttiva citata  non prevede il recupero integrale dei costi dei servizi idrici, bensì introduce un elemento di riferimento per la determinazione dei costi.

Il testo vigente prevede che gli Stati Membri tengano conto del principio del recupero dei costi dei servizi idrici e non già che gli stessi “recuperino” tutti i costi connessi all’uso dell’acqua. Esistono, inoltre, normative nazionali e regionali dalle quali non si può esulare.

Secondo i dati citati dal Ministero (fonte Istat) il 53% delle aziende agricole irrigue si approvvigiona solo dall’irrigazione collettiva, tramite i Consorzi di Bonifica, mentre il 18% di queste presenta modalità di approvvigionamento “doppia” collettiva e tramite derivazione privata (ad es. i pozzi).

La superficie attrezzata con infrastrutture per l’irrigazione consortile è di circa 208 milioni di ettari. Quella irrigata con strutture collettive è pari a circa 1.9 milioni di ettari  con un apporto irrigata/attrezzata pari al 68%. Questo rapporto è molto alto nel nord ovest e nord est dell’Italia (rispettivamente 92% e 71%) e molto più basso al sud (43%) e nelle isole (40%).

A tal proposito, occorre fare una distinzione tra il servizio idrico integrato (acquedotto, fognatura e depurazione) per usi civili e industriali e l’utilizzo dell’acqua per usi agricoli. L’agricoltura, infatti, non attinge l’acqua con le medesime modalità degli altri settori, ma attraverso servizi erogati da consorzi di bonifica che hanno natura di enti pubblici economici, oppure tramite le concessioni di derivazione di cui sono titolari le stesse imprese agricole per attingere l’acqua da fonti superficiali (ad es. i fiumi) o sotterranee ( ad es. i pozzi).

Si tratta di una distinzione fondamentale, presente nella nostra legislazione, nazionale e regionale, che deve costantemente essere tenuta presente nell’ambito degli strumenti di pianificazione delle risorse idriche ed anche con riferimento all’attuazione della direttiva 2000/60/Ce che, invece, non tiene conto di questa realtà propria dell’Italia.

La normativa comunitaria, infatti, fa generico riferimento al “servizio idrico”, ricomprendendovi anche l’irriguo. Il Ministero evidenzia, correttamente, che il quadro normativo italiano, invece, comporta una diversa valutazione dei sistemi di pagamento dell’acqua, fermo restando che in entrambi i casi è rispettato il principio contenuto nella direttiva, che l’uso non può essere gratuito e si deve tener conto del recupero dei costi nella fissazione di quanto gli utenti devono pagare, recupero dei costi che comunque, in agricoltura, non può mai essere totale.

Nel caso specifico, infatti, le imprese agricole sono utenti di un servizio che è erogato da enti pubblici economici che non hanno scopo di lucro, non remunerano un capitale, ma riscuotono i contributi dai consorziati al solo scopo di coprire i costi di gestione in quanto le spese di manutenzione e gestione delle opere irrigue e  il funzionamento degli enti sono a carico delle proprietà consorziate che ne traggono beneficio. In sostanza, il solo scopo del sistema posto in atto dai consorzi di bonifica è quello di coprire i costi di gestione  calcolati in base al costo delle concessioni, per garantire l’irrigazione e il funzionamento dell’ente stesso.

Nel caso del servizio idrico integrato, invece, la struttura portante è costituita da società a capitale misto o privato oltre che dagli enti locali, e si applica esclusivamente ai servizi idrici integrati, in quanto i rapporti con i gestori sono regolati dalle convenzioni che contengono, tra l’altro, i criteri e le modalità di applicazione della tariffa, che è un corrispettivo determinato tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell'entità dei costi di gestione delle stesse, dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio "chi inquina paga". Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.

Questo sistema, con una gestione che contempla l’utile speculativo del soggetto gestore e l’adozione di modelli organizzativi e funzionali propri del settore integrato, non è mai previsto per l’uso agricolo (mentre sono menzionati altri usi produttivi come quelli industriali e  commerciali).

In conclusione, anche per gli usi agricoli, in Italia,  è rispettato pienamente il principio comunitario del pagamento dell’acqua e del recupero dei costi, con la fondamentale differenza che non si tratta di una tariffa che remunera anche il capitale, ma di un “contributo” di natura parafiscale.

In merito alla più specifica analisi dei costi-benefici dell’uso plurimo dell’acqua, in considerazione del fatto che nella Direttiva stessa è previsto che gli Stati Membri nel recupero del costo possano tener conto delle ripercussioni sociali, ambientali ed economiche del recupero e delle condizioni geografiche e climatiche peculiari, non si può non sottolineare il ruolo dell’agricoltura e i benefici che essa porta alla collettività nel suo complesso, senza che ciò venga adeguatamente considerato e riconosciuto, né remunerato.

Nel “recupero del costo” per remunerare l’acqua utilizzata in agricoltura, occorre andare a quantificare anche il beneficio ambientale derivante dal rimpinguamento della falda dovuta alla reimmissione totale dell’acqua prelevata nel territorio, la difesa della subsidenza, il mantenimento della biodiversità (sopravvivenza di flora e fauna selvatica che traggono sostentamento dai campi), la riduzione del rischio idrogeologico con gli interventi quotidiani di pulizia, mantenimento delle fasce ripariali e presidio del sistema irriguo, manutenzione delle opere, dei fossi e delle rogge, tutti interventi di cui si fa carico l’agricoltore.

Pertanto, il fatto che in agricoltura non esiste un recupero totale dei costi relativi all’uso delle risorsa idrica è ampiamente compensato dal beneficio sociale derivante dal fatto di garantire l’approvvigionamento di risorse alimentari senza dipendere dalle importazioni,  dalla tutela, mantenimento e valorizzazione naturalistica del territorio salvaguardando l’ambiente dal degrado dovuto all’abbandono delle attività e ancora dal beneficio economico dovuto all’occupazione lavorativa nel settore e all’indotto creato dal comparto agricolo .

Secondo Coldiretti, il problema della tariffazione per gli usi agricoli delle risorse idriche è, quindi, molto  complesso da affrontare, una sorta di “quadratura del cerchio”, in quanto se da un lato occorre garantire una gestione efficace delle risorse idriche dal punto di vista economico e quantitativo, dall’altro lato non si può ignorare che un aumento delle tariffe comporterebbe di conseguenza un aumento dei costi di produzione sulle imprese agricole che non sempre può essere compensato da un aumento dei prezzi degli alimenti visto che il prezzo dei prodotti agricoli non è determinato dal produttore, ma dagli altri soggetti della filiera.

L’incidenza negativa di un aumento delle tariffe idriche in agricoltura e di una contrazione della disponibilità di acqua per usi agricoli potrebbe essere, quindi, quella di determinare un’ulteriore abbandono dell’attività in campagna con conseguenze disastrose sul piano dell’autosufficienza alimentare del nostro Paese e dell’export, perché ciò metterebbe a rischio il patrimonio enogastronomico del Made in Italy. Senza dimenticare l’impatto sul piano ambientale, visto che l’agricoltura contribuisce in modo determinante alla tutela degli ecosistemi.

Una soluzione possibile potrebbe essere quella di migliorare l’efficienza d’impiego delle risorse idriche in agricoltura creando una sinergia, a livello territoriale, tra l’attuazione delle misure previste dai Piani di Sviluppo Rurale e le azioni contenute nella direttiva acque sostenendo con adeguati regimi di aiuto ed indennizzi le imprese agricole in questo processo di razionalizzazione dell’uso delle acqua anche rispetto al problema del recupero dei costi dei servizi idrici.

In sostanza, il rapporto tra acqua ed agricoltura é molto più complesso di quanto avviene per altri settori produttivi, in quanto le risorse idriche sono fattore indispensabile per garantire una produzione di alimenti sul mercato comunitario adeguata in termini di quantità e di qualità. L’agricoltura, infatti, per produrre alimenti sicuri aventi elevati standard qualitativi ha necessità di poter contare su acqua pulita e comunque su quantitativi che non è possibile ridurre oltre un certo limite, se non si vuole pregiudicare gli obiettivi di produzione comunitari ed esporre l’Ue ad un aumento di importazioni di prodotti agricoli dai paesi extra-europei.

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