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Certificazione Ambientale

Certificazione ambientale, il carbon footprint può penalizzare le produzioni di qualità

22/10/2014

A supporto di uno specifico progetto di ricerca sul tema, l’Inea ha reso disponibile un interessante opuscolo dal titolo “Emissioni di gas serra degli allevamenti italiani. quali scenari?”. Il documento ha il merito di ben sintetizzare il quadro conoscitivo relativo alle fonti di emissioni di gas serra in agricoltura e del loro andamento nel tempo, nonché delle politiche di mitigazione climatica. L’opuscolo, infatti, contiene alcuni dati interessanti in termini di analisi circa le possibilità di riduzione dell’impronta carbonica di alcune produzioni, presentando, inoltre, i principali strumenti di certificazione delle emissioni (aziendali o di prodotto), nonché una panoramica delle misure messe a disposizione dalla politica di sviluppo rurale per affrontare la mitigazione delle emissioni in agricoltura.

Si tratta di informazioni che possono rivelarsi particolarmente utili sia alle imprese agricole, sia ai decisori politici, in quanto, trattando una materia molto complessa dal punto di vista tecnico, il report riesce a fare il punto sulle diverse opzioni di mitigazione delle emissioni di gas ad effetto serra da parte del settore agricolo, con riferimento particolare ad alcune produzioni zootecniche, in virtù della crescente attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni europee e nazionali circa il ruolo delle produzioni agricole nella produzione di gas climalteranti.

Le diverse opzioni di mitigazione, tra l’altro, sono affrontate sia dal lato del consumo, che dal lato della produzione. 
Dal lato del consumo è importante, infatti, valutare la reale disponibilità, da parte dei consumatori, a pagare un prezzo superiore per prodotti che recano informazioni sull’impronta carbonica associata alla loro produzione. E’ necessario, inoltre, da parte delle imprese, conoscere le diverse opzioni per segnalare in modo corretto e credibile il proprio impegno ambientale nella riduzione delle emissioni, attraverso la certificazione, sia dei prodotti, che dell’azienda stessa.

Dal lato della produzione, invece, è importante quantificare le reale emissioni di gas serra dalle filiere zootecniche, anche per sgombrare il campo da dubbi e da accuse lanciate al settore, spesso basate su dati e/o criteri non oggettivi. 
Come scenario di riferimento, andando ad analizzare i dati contenuti nel documento, si rileva, ad esempio, che, secondo i dati diffusi dall’ISPRA, il settore agricolo, nel 2011, è responsabile del 6,9 per cento delle emissioni nazionali. Nel dettaglio, le emissioni contabilizzate sono quelle riguardanti la produzione di protossido di azoto (N2O), pari al 57 per cento delle emissioni del settore e derivanti dalla gestione delle deiezioni animali, dall’utilizzo di fertilizzanti azotati e da altre emissioni dei suoli agricoli, mentre quelle di metano (CH4) - il 43 per cento del totale delle emissioni del settore -  derivano dai processi digestivi degli animali allevati, dalla gestione delle deiezioni e dalla coltivazione del riso.

Per quanto riguarda questi due gas, va detto che il contributo del settore agricolo alla mitigazione delle emissioni è complessivamente positivo: dal 1990 al 2011, infatti, si è verificata una riduzione pari al 17,7 per cento, senza differenze rilevanti tra i due gas serra. Tali riduzioni sono dovute al calo delle emissioni di CH4 da fermentazione enterica (-12 per cento) e di quelle relative ai suoli agricoli (-21 per cento), che rappresentano ben il 46 per cento del totale. Queste percentuali di riduzioni  sono da imputare a diversi fattori, come, ad esempio, al calo del numero di capi per alcune specie zootecniche, alla variazione delle superfici e delle produzioni agricole, alla razionalizzazione della fertilizzazione e al recupero di biogas da deiezioni animali.

Per quanto riguarda, invece, le emissioni e gli assorbimenti di CO2 (anidride carbonica), queste sono dovute a cambiamenti d’uso del suolo e alle foreste e sono contabilizzati nell’ambito del cosiddetto settore Lulucf (Land Use, Land Use Change and Forestry) e complessivamente apportano un significativo contributo positivo alla mitigazione delle emissioni nazionali proprio grazie agli assorbimenti ad opera di suolo e foreste (i cosiddetti carbon sink). 
Nel nostro Paese, infatti, gli assorbimenti contabilizzati in ambito Lulucf superano notevolmente le emissioni del settore, compensando ampiamente, quindi, le responsabilità emissive dell’agricoltura, per lo più imputabili al settore zootecnico.

Rispetto al 1990, tra l’altro, tale contributo è aumentato del 152 per cento soprattutto a causa dell’incremento della superficie forestale, cresciuta anche su aree marginali e terre non più coltivate, e dell’aumento del contributo delle superfici a prati e pascoli. Va detto, tuttavia, che gran parte di questo incremento, essendo per lo più di origine naturale e non frutto di interventi antropici, non può rientrare nella contabilizzazione utile ai fini degli obiettivi del Protocollo di Kyoto.

Oltre allo scenario relativo al contributo (positivo e negativo) del settore agroforestale nell’ambito delle emissioni climalteranti, l’opuscolo Inea presenta anche interessanti spunti relativi a quella che comunemente è definita come impronta di carbonio delle produzioni zootecniche (conosciuta anche come carbon footprint).

Come già evidenziato, infatti, i principali gas serra emessi dalle produzioni agricole sono il  metano (CH4), il  protossido di azoto (N2O) e l’anidride carbonica (CO2). Ai fini dell’effettiva incidenza sul riscaldamento globale, tuttavia, va detto che  il protossido di azoto è un gas serra 298 volte più potente della CO2 ed il metano 25 volte. Questi  fattori di moltiplicazione, pertanto, vengono utilizzati per convertire le emissioni di N2O e di CH4 in corrispondenti unità di CO2 equivalente (CO2-eq). La CO2-equivalente è, appunto, l’unità di misura per esprimere l’impronta del carbonio.

Con impronta del carbonio si intende, quindi, la somma di tutte le emissioni di gas serra associate ad un prodotto in tutto il suo ciclo di vita. Per applicare questo indicatore di “prestazioni ambientali/climatiche”, quindi, devono essere prese in considerazione le emissioni dovute alla produzione di tutti gli input aziendali (ad esempio: mangimi, fertilizzanti, fitofarmaci e pesticidi, sementi, lettiere, detergenti e sanificanti, ma anche animali in ingresso), nonché quelle relative ai processi che avvengono sia in azienda - tipo quelli digestivi nel caso dei bovini, per la gestione degli effluenti, per la produzione delle colture, per i consumi energetici e idrici, etc. – sia a valle, nei processi di trasformazione e commercializzazione del prodotto.

L’opuscolo Inea, in proposito, presenta i risultati di uno studio finalizzato a quantificare l’impronta carbonica delle principali filiere zootecniche del nostro Paese, ossia quelle dei bovini da latte, sia per la produzione di latte alimentare che per quella di formaggio (Parmigiano-Reggiano), quella dei bovini da carne (allevamenti da ingrasso) e quelle del suino pesante, pollo da carne e gallina ovaiola.

Basandosi su “aziende tipo”, facendo riferimento ad unità di prodotto chiaramente specificate e stabilendo come “confine” del sistema (cioè quale segmento del ciclo produttivo viene incluso nell’analisi) quello cosiddetto “al cancello dell’azienda” (escludendo quindi i processi che avvengono a valle dell’azienda agricola, in considerazione del fatto che l’allevatore non ha possibilità di incidere su di essi), lo studio ha permesso di quantificare il complesso delle emissioni di gas serra per ciascuna delle filiere zootecniche analizzate, identificando le fasi a maggiore impatto.

I risultati mostrano che l’elemento che maggiormente contribuisce a ridurre l’impronta carbonica è la elevata produttività aziendale, un esito facilmente comprensibile dal momento che l’impronta carbonica è rapportata all’unità di prodotto. Nel caso, ad esempio, delle aziende da latte, quella che produce latte alimentare mostra una minore impronta carbonica rispetto a quella per Parmigiano-Reggiano. Questo risultato può essere imputabile soprattutto alla resa produttiva delle vacche per Parmigiano Reggiano, tendenzialmente inferiore, anche a causa dei vincoli imposti dai disciplinari di produzione, che prescrivono il divieto di uso degli insilati, l’utilizzo di una quota di fieni non inferiore al 50 per cento della sostanza secca dei foraggi e un rapporto foraggi/mangimi non inferiore a 1.

Nel caso delle aziende da uova, il risultato leggermente maggiore si è riscontrato per le ovaiole a terra come conseguenza essenzialmente della minore produttività attribuibile a questa modalità di stabulazione (minore produzione di uova, maggiore scarto, maggiore mortalità), mentre per la filiera carne la maggiore impronta carbonica è associata alla carne bovina, seguita da quella suina e da quella avicola. Sulla produzione della carne bovina, in particolare, incide in misura rilevante il contributo delle emissioni enteriche di metano, proprie dei ruminanti.

Tralasciando altri pur interessanti risultati dello studio, è particolarmente utile notare come l’impronta carbonica (carbon footprint), a fronte della sua sempre maggiore diffusione come prassi, nell’ambito della certificazione di prodotto, possa costituire un rischio per le imprese, se assunta come unico indicatore delle performance climatiche e ambientali.

Come emerge chiaramente dai risultati presentati dall’Inea, infatti, questo indicatore, quando utilizzato per la certificazione/etichettatura dei prodotti agricoli, oltre a presentare numerosi benefici (sensibilizzazione di industrie e consumatori, integrazione nel calcolo delle emissioni delle diverse procedure aziendali, miglioramenti di efficienza energetica e nell’utilizzo delle risorse, rafforzamento delle relazioni di filiera, differenziazione del prodotto e segmentazione del mercato, stimolo a cambiamenti nei comportamenti dei consumatori), presenta anche diverse criticità, specie in un contesto agricolo, come quello italiano, ricco di variabili, di specificità territoriali e caratterizzato da modelli produttivi orientati più alla qualità che alla quantità.

Si consideri, ad esempio, che per considerare efficace questo indicatore nell’ambito di strategie di comunicazione rivolate ai consumatori, è necessario che questi siano particolarmente informati ed interessati, visto che, in sostanza l’indicatore si traduce in un numero (che esprime le emissioni di CO2 equivalente per kg di prodotto) e non permette confronti rispetto ai comportamenti definibili come standard.  La difficoltà di confronto è ulteriormente aumentata dalla grande varietà di  approcci metodologici (diversi confini di analisi, data base, diversi mix energetici nazionali, ecc) che rendono di fatto impossibile confrontare prodotti simili se certificati con metodi diversi.

Un altro limite del carbon footprint è che si tratta di un indicatore mono-criterio. Questo significa che di per se non riesce a cogliere tutti gli impatti della produzione (limitandosi alle emissioni), rischiando così  di penalizzare alcuni prodotti che, pur presentando quote elevate di  emissioni per unità di prodotto, sono caratterizzati, complessivamente, da minori impatti ambientali di altro tipo (vedi, ad esempio, il caso delle produzioni meno intensive, come il biologico).
Ancora, il carbon footprint non permette di evidenziare le compensazioni (assorbimenti), in quanto non sempre considera i sink di carbonio (stoccaggio di carbonio nei suoli e nelle biomasse) che rappresentano, invece, un importante elemento positivo delle produzioni agricole rispetto ad altri settori.

Quanto su esposto mostra chiaramente come le indicazioni contenute nell’opuscolo Inea (alla cui lettura integrale si rimanda per considerazioni maggiormente esaustive) rendono chiara la necessità di un approccio approfondito e consapevole, prima di stabilire il valore assoluto nell’apprezzamento del pubblico dei consumatori, sulle modalità di certificazione più adatte al proprio contesto, al fine di rappresentare al meglio i reali impatti ambientali e climatici dei prodotti.

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