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Certificazione Ambientale

L’agroalimentare verso la certificazione ambientale

16/02/2011

La sostenibilità dei processi di produzione è sempre più un fattore di competitività per le imprese, specie per quelle che intendono rispondere alla crescente richiesta di responsabilità sociale ed ambientale da parte del consumatore. Per questo, la ricerca di modalità per garantire il rispetto delle risorse ambientali è in forte crescita in tutti i settori. Il tema energetico, i cambiamenti climatici, il consumo di acqua, lo sfruttamento del suolo, sono solo alcuni esempi dei temi destinati ad incidere profondamente sui processi produttivi nei prossimi anni. Si tratta di una tendenza che sarà ancora più marcata per il settore agroalimentare, sia per la sua specifica vulnerabilità ad alcuni fattori di rischio (vedi quello climatico), sia per la particolare valenza del rapporto di fiducia tra produttori e consumatori, nell’ambito della qualità e della sicurezza delle produzioni agroalimentari. La produzione di alimenti di qualità ottenuta con processi ambientalmente sostenibili, infatti, oggi, oltre ad essere una esigenza dei consumatori, è importante anche per i produttori agricoli, consapevoli che una maggiore attenzione alle problematiche ambientali può portare a consistenti risparmi energetici, di risorse e di materiali, traducendosi in benefici economici. Ecco che, allora, si comincia a discutere su quali potrebbero essere gli strumenti più appropriati, sia per guidare il percorso, interno alle imprese agricole, di rinnovamento dei processi produttivi orientati al miglioramento delle prestazioni ambientali, sia per la possibilità di attribuire ai prodotti un valore ambientale oggettivo, riconoscibile e spendibile sul mercato. In questo contesto, il ricorso ai cosiddetti marchi ecologici risulta funzionale per dimostrare la responsabilità di una impresa nei confronti dell’utilizzo e della gestione ambientalmente sostenibile delle risorse, oltre che un mezzo per comunicare questo impegno a consumatori e stakeholders. Gli strumenti già disponibili, in questo senso, sono le dichiarazioni ambientali di prodotto, disciplinate dalla norma UNI EN ISO 14025 che definisce le caratteristiche principali delle etichette in merito al calcolo delle performances ambientali, da effettuare mediante la cosiddetta analisi del ciclo di vita (LCA – Life Cycle Assessment). Quest’ultimo, in particolare, è metodo standardizzato a livello internazionale (norme ISO 14040 e ISO 14044) per la valutazione dei carichi ambientali e delle risorse consumate nell’arco di un intero ciclo di vita di beni e servizi (from cradle to grave - dalla culla alla tomba). Vari Paesi hanno già aderito alla suddetta norma, organizzando diversi sistemi di etichettature ambientali. Tra questi, quello che, ad oggi, ha avuto più successo, è l’International EPD consortium (IEC), emanazione internazionale del programma svedese (Swedish Environmental Management Council), a cui aderisce anche l’Italia. Seguendo questo sistema, in pratica, qualsiasi azienda di qualsiasi settore può ottenere l’etichetta EPD (Environmental Product Declation) e comunicare all’esterno informazioni dettagliate, credibili e verificate da un ente terzo, sui potenziali impatti ambientali del prodotto lungo l’intero ciclo di vita. Ad oggi questo sistema conta un totale di 129 certificazioni di cui il maggior numero proprio in Italia (ben 58, contro le 49 della Svezia). Le aziende del settore agroalimentare che hanno certificato i loro prodotti EDP in Italia sono cinque: Cerelia e San Benedetto per l’acqua minerale, Granarolo per il latte, Barilla per la pasta e CIV&CIV per il vino. Si noti, inoltre, come, all’interno di un sistema EPD, tra gli indicatori che esprimono i potenziali impatti ambientali di un prodotto sta riscuotendo un interesse particolare quello relativo al riscaldamento globale. Nell’ambito delle politiche ambientali europee e nella programmazione delle imprese, infatti, sta assumendo sempre più valore la cosiddetta carbon footprint, un indicatore di sostenibilità basato sulla quantificazione delle emissioni di gas serra associate al ciclo di vita di un prodotto. La carbon footprint, che deve essere considerata come un sottoinsieme dei risultati derivanti da uno studio di Life Cycle Assessment (LCA), si basa sulla specifica analisi delle emissioni che hanno effetto sul riscaldamento globale, per le quali sono state predisposte a livello internazionale alcune linee guida per definirne i metodi di calcolo, sia per i prodotti (PAS 2050, GHG Protocol, Bilan Carbone) che per le organizzazioni, enti e aziende (ISO 14064). Sempre relativamente a quanto di particolare interesse per le filiere agroalimentari, l’analisi dei processi ha portato ad evidenziare che, oltre alla carbon footprint, può essere interessante anche la determinazione di altri carichi ambientali, come quello relativo all’utilizzo della risorsa idrica (water footprint) e all’occupazione di territorio (ecological footprint). Nonostante lo sviluppo di questi strumenti, tuttavia, allo stato attuale, si lamenta ancora l’assenza di uno strumento specifico, in grado di inquadrare in modo univoco e standardizzato un calcolo dell’emissione di gas serra focalizzato al settore agroalimentare, cosi come manca un necessario approfondimento di questi standards in relazione alle peculiarità delle filiere agroalimentari nazionali. Nel settore agroalimentare, infatti, la difficoltà di rendere significativo quello che, in definitiva, è un sistema di controllo basato su criteri adottati nella rintracciabilità di filiera, risiede nella variabilità che deriva dalla localizzazione geografica, sia dal punto di vista pedoclimatico che in termini di modalità e gestione dei processi produttivi che in agricoltura variano da luogo a luogo. Nell’agroalimentare i calcoli risultano, quindi, particolarmente complessi proprio in virtù dell’elevato numero di fattori da considerare. Valutare l’impatto di una coltura, infatti, significa basarsi su principi ecosistemici e considerare molti aspetti di ogni specifico sistema produttivo. Tali aspetti possono essere il bilancio energetico e del carbonio, l’uso di fertilizzanti, il consumo di acqua, la gestione fitosanitaria e tutto ciò che tali fattori possono produrre, come l’emissione dei gas serra, la lisciviazione dell’azoto, l’aridità-desertificazione, la deriva dei fitofarmaci, ecc.. Pur essendo oggi l’LCA senz’altro una metodologia interessante e codificata, le esperienze attuali dimostrano la necessità di ulteriori affinamenti per la messa a punto di strumenti specifici per le produzioni agricole. La scarsità di queste esperienze, inoltre, non permette la costruzione di quelle banche dati necessarie ad individuare, confrontando le caratteristiche del ciclo di vita di uno stesso prodotto ottenuto in aree diverse, i caratteri di variabilità delle filiere agroalimentari nazionali.

Sono in corso, in questo senso, iniziative sperimentali che cercano di considerare le problematiche specifiche del settore agroalimentare ed in particolare delle produzioni tipiche e dei contesti locali. Una interessante iniziativa del consorzio CCPB, ad esempio, è stata presentata il 4 febbraio u.s. a Bologna, in occasione di un convegno dal titolo Gas serra ed energie rinnovabili: quale metodo di calcolo per l'agroalimentare. Il consorzio CCPB e Land Lab della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa hanno sviluppato, infatti, una norma tecnica specifica per la stima della carbon footprint dei prodotti del settore agroalimentare. Si tratta di una certificazione espressamente rivolta ai prodotti agroalimentari che si basa sulla determinazione del carico energetico e delle emissioni di gas serra rilasciate dalla semina, alla trasformazione e confezionamento del prodotto, sino alla distribuzione e allo smaltimento dei rifiuti generati, attraverso la metodologia della LCA. L’analisi proposta da CCPB e Scuola Superiore Sant’Anna prevede una dettagliata raccolta di dati attraverso questionari che poi vengono analizzati e verificati da enti terzi. La differenziazione di questa proposta, rispetto alle linee guida esistenti, risiede nell’attenzione alle specificità del settore agroalimentare, nell’intento di fornire un servizio alle imprese che, oltre a costituire una opportunità promozionale, si configuri anche come uno strumento di monitoraggio e valutazione delle filiere attraverso un sistema univoco, condiviso ed in grado, sia di fornire al consumatore una chiave di lettura per una scelta consapevole, sia costituire il pretesto per un approfondimento culturale sulle dinamiche di impatto ambientale dei processi produttivi agroalimentari.

Potenzialità e limiti della metodologia LCA come metodo per determinare gli impatti di un processo produttivo vengono anche evidenziati dai risultati di un recente studio COOP che ha messo a confronto le performances delle pratiche di agricoltura tradizionale con quelle biologiche. La conclusione dell’esperienza ha confermato la validità della metodologia LCA come strumento per la valutazione degli impatti legati a processi “industrializzati” (operazioni agricole, emissioni legate a produzione e utilizzo di sostanze chimiche, ecc.), ma ha evidenziato la necessità di prendere in considerazione anche altri indicatori (come, ad esempio, i vantaggi ambientali dell’agricoltura biologica, che risiedono nel sequestro di carbonio nei suoli, nell’aumento della fertilità e nei benefici di un mancato utilizzo di prodotti chimici ai fini del mantenimento della biodiversità). Per l’agroalimentare, e specie per le produzioni tipiche e locali, serve, dunque, una analisi multicriterio in grado di associare alle valutazioni LCA anche altri fattori, corrispondenti ad esternalità più complesse e specifiche. Tuttavia, la strada imboccata sembra poter portare a risultati interessanti, purchè si comprenda per tempo la necessità di investire, anche in termini di ricerca, per affinare questi sistemi in funzione delle caratteristiche delle filiere agroalimentari nazionali. Che i tempi siano maturi in questo senso lo dimostra anche l’evoluzione del tema degli acquisti pubblici verdi (GPP). Accogliendo l’indicazione contenuta nella comunicazione della Commissione europea Politica integrata dei prodotti, sviluppare il concetto di ciclo di vita ambientale, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha, infatti, elaborato il “Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione”. Per comprendere l’importanza di questo strumento, si ricorda che, a fronte della necessità di raggiungimento degli obiettivi comunitari (entro 2010 gli appalti pubblici “verdi” devono raggiungere il 50% del totale), la spesa pubblica europea costituisce un serbatoio consistente dell’economia verde, visto che rappresenta il 16% del PIL europeo. A questo proposito, un segnale importante per il settore agroalimentare giunge dalla definizione dei criteri minimi ambientali per l’approvvigionamento di alimenti e servizi di ristorazione. Il decreto italiano, che è in dirittura d’arrivo, dovrebbe comprendere il parametro della filiera corta (Km0) alla luce sia delle comprovate capacità di riduzione delle emissioni di CO2, sia dei benefici legati alla stagionalità, freschezza, qualità e tradizione dei prodotti.

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